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mercoledì 9 maggio 2012

My MIA (Milan Image Art Fair) - II



This image by Angela Lo Priore - seen at MIA Fair and presented by Galleria Blanchaert - could steal its title from Patricia Cornwell’s “The body farm”. But it is not a factory where women are manufactured or recycled. Nor it’s a proper dummy or doll factory, despite the seriality of these bodies, faces, hairstyles and despite their anatomically retouched exterior kinda neutralising (or emphasizing? The same applies to many dolls, if you reflect) their sex appeal… This is a sort of onirical loft. And on a closer inspection, you’ll see these are real women. Seemingly identical, actually unique.
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Quest’immagine di Angela Lo Priore – vista a MIA Fair e presentata dalla Galleria Blanchaert – potrebbe rubare il titolo a “La fabbrica dei corpi” di Patricia Cornwell. Senonché, non si tratta di una fabbrica dove le donne vengono assemblate o riciclate. E nemmeno è una vera e propria fabbrica di manichini o di bambole, nonostante la serialità di questi corpi, facce, acconciature e a dispetto della loro anatomia esterna ritoccata a neutralizzare (o a enfatizzare? Lo stesso vale per molte bambole, a pensarci) il loro sex appeal. Qsto è una specie di loft onirico. E guardandole da vicino, vedrete che qste sono donne vere. In apparenza identiche, uniche in realtà.

Angela Lo Priore – Manichini Mannequins opera #2


sabato 5 maggio 2012

My MIA (Milan Image art Fair) - I

For the second time I visited MIA Fair, and I could go to the opening. Although not all is pure photography, there (I mean also installations and mixed media works are exhibited, and thematic books are a true feast), I had my dollcultural expectations to be fulfilled. And they did. I already knew Gabriele Corni’s series ADOPERABILI, at MIA curated by Galleria OltreDimore. “The dolls are reflections of our own needs” is the artist’s statement. But seen in real scale, these hyperreal images hypnotize the observer with their whiteness and their features. Every knows that dolls don’t have true genitalia (not even when they aare anatomically correct and accessorized sex dolls) and Corni’s dolls seemingly don’t as well. They are perfect and perturbing. The are dolls and objects and subjects.  

ADOPERABILI is also a fine art catalogue, published by www.oltredimore.it
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Per la seconda volta ho visitato MIA Fair, andando all’inaugurazione. Benché non tutto lì dentro sia pura fotografia (i.e. anche istallazioni e opere in materiali misti sono esposti, e poi ci sono i libri tematici che sono una festa), avevo le mie attese dollculturali da soddisfare. Così è stato. Conoscevo già la serie ADOPERABILI di Gabriele Corni, al MIA curata dalla Galleria OltreDimore. “La bambole sono l’immagine riflessa delle esigenze di chi sta dall’altra parte”, afferma l’artista. Ma viste dal vero, queste immagini iperreali ipnotizzano l’osservatore col loro candore e i loro tratti. Le bambole, si sa, non possiedono veri genitali (neanche quando sono sex dolls anatomically correct and super-accessoriate) e a quanto sembra nemmeno le bambole di Gabriele Corni. Sono perfette e perturbanti. Sono bambole e oggetti e soggetti.

ADOPERABILI è anche un catalogo d’arte, edito da www.oltredimore.it

Stay tuned for my next MIA Fair posts… * altri MIA fair post in arrivo…

venerdì 27 maggio 2011

Framed in 1:6 scale

Back to Benedetta Alfieri’s works (s. May 22nd post), and back to the artistic choice of reducing and framing her photos in doll scale – i.e. in 1:6 scale. I asked the artist, and she replied in an informal conversation (Italian only, sorry) it’s a deliberate choice, implying a substantial question we can summarize in: “which are the dimensions of an image? What we recognize as an “absent body” depends on what we see, or on the dimension of what we see?”. IMO, the framed outfit in doll scale is as powerful and evocative as the full scale one. It’s a replacement, an announcement, sthg potential and awaiting or sthg archived as well.
For English speaking readers, the topic is developed in an interesting paper by Ruggero Pierantoni


Torno ai lavori di Benedetta Alfieri (v. post del 22 maggio) e torno alla scelta artistica di ridurre e incorniciare le sue foto in scala bambolare – cioè in scala 1:6. Ho chiesto all’artista, e lei mi ha risposto in una conversazione informale (che pubblico qui con il suo consenso) che sì, è una scelta deliberata e implica una questione fondamentale evidenziata qui sotto. Per me, il piccolo vestito incorniciato in scala bambolare è tanto potente ed evocativo quanto qllo in scala naturale. È come un rimpiazzo, un annuncio, qualcosa di potenziale e in attesa o qualcosa di archiviato. Tanto quanto qllo vero.

“le dimensioni dei formati sono deliberate scelte di linguaggio artistico e non dettate dal caso.
La ricerca fotografica sul corpo - o sull'assenza del corpo - che ha visto esposta a MIA fair, lavora da una parte sulla dimensione 1:1 e sul fatto che la fotografia sia una traccia del reale, suggerendo così corrispondenza e ambiguità tra l'oggetto e l'immagine dell'oggetto; dall'altra parte, lavora su un' altra dimensione riproponendo un modello "noto", quello della Barbie, giocando su senso di straniamento percettivo. Il progetto fotografico pone infatti, tra le altre, un'interessante questione: quali sono le dimensioni di un'immagine? ciò che riconosciamo come "corpo assente" dipende da ciò che vediamo o dalla dimensione di ciò che vediamo? l'oggetto fotografato rimane abito quando ha le stesse dimensioni di un corpo umano? o è corpo assente? e quando la dimensione è ridotta è ancora umano quel corpo, seppur assente, o inevitabilmente ricorriamo ad un altro senso che non è forse più solo visivo?


Sulle questioni qui accennate le segnalo un interessante testo critico di un noto studioso di percezione”


ph: Benedetta Alfieri’s works exhibited in Bergamo VS Me ‘n my dolls OOAK outfit

domenica 22 maggio 2011

Textile bodies


Last Sat at MIA fair, under a true visual bombing, I’ve been struck with a series of photos by Benedetta Alfieri: single clothing pieces in a white non-space. Like memory pop-ups or desolate dresses, these unmanned images featured two formats: the larger one to reproduce an impressive 1:1 scale; the smaller one, to recall an even more impressive approx 1:6 scale. Now, 1:6 is the most common doll scale, the idol scale since ancient times. Was it done purposely? I’ll ask the artist. As a matter of fact, where the larger pics evoked an elsewhere someone through a textile body, the smaller ones were to me kinda MIB (= mint-in-box) doll outfits waiting for unknown dreams to be revived or fulfilled.


Sabato scorso al MIA, sotto ad un vero bombardamento visuale, sono stata colpita da una serie di foto di Benedetta Alfieri: singoli elementi di vestiario in un non-spazio bianco. Come pop-up della memoria o abiti disabitati, queste immagini senza persone erano in due formati: il grande a riprodurre un’impressionante scala 1:1; il piccolo a ricordare un’ancora più impressionante scala 1:6. Ora, va detto, 1:6 è la più comune scala dimensionale delle bambole, la scala degli idoli fin dai tempi antichi. L’ha fatto apposta? Chiederò all’artista. Sta di fatto che laddove le immagini più grandi evocavano con un corpo tessile qualcuno che era altrove, quelle più piccole invece sono state per me come degli abitini di bambola MIB (= mint-in-box), in attesa di sogni ignoti da ravvivare o realizzare.



Interior pic from Galleria Manzoni, Bergamo facebook fan page
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